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oltreilbordo » racconti brevi di Tango a cura di Giorgio e Didi
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Horacio e Buck

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Qualcuno, camminando lungo il marciapiede all’alba, si accorge di lui e vede un uomo avvolto in un cappotto grigio, gettato a terra, sopra ad un cartone nell’androne di un negozio chiuso da anni, forse nota due vecchi mocassini, un improbabile pantalone gessato.

Molti altri come lui a Buenos Aires: uno ogni pochi passi, pochi ci fanno caso.

Ma lui Horacio e lei Concita, dopo tanti anni insieme, tango e vita, all’inizio bene poi sempre peggio, finalmente avevano avuto il coraggio di lasciarsi.

Lui era stato felice della decisione, aveva affittato un piccolo appartamento, gli amici lo avevano aiutato ad arredarlo, così felice da sentirsi in colpa:

“…magari le manco!” pensava.

Acquistò un telefono:

“…se lei mi volesse chiamare… “.

Il cane Buck è un piccolo meticcio, vive in una fredda cuccia su di un angusto balcone di un monolocale, non deve abbaiare, mangia quando la sua anziana padrona si ricorda e due volte al giorno è libero qualche minuto nel giardinetto di sotto.

Una mattina, dopo una bella abbaiata dal terrazzino, viene picchiato. Il cucciolo reagisce e morde la mano della padrona che lo sta picchiando, poco dopo gli viene indossata una museruola.

La mattina stessa, durante la passeggiata nel giardinetto, Buck scappa: infila il cancelletto aperto, corre a perdifiato rasente i muri, attraversa larghe strade, grandissimi prati dagli alberi enormi, poi, esausto, affamato e assetato, con la museruola che non gli lascia aprire la bocca, si perde.

Horacio, dopo il telefono, aveva acquistato una segreteria telefonica, era sicuro che lei avrebbe chiamato, poi pensò che lei non sarebbe stata a suo agio di fronte ad un nastro, pensò che sarebbe stato meglio se le avesse risposto lui stesso, piantonò il telefono, giorno e notte, perse così il lavoro, gli amici, infine la casa, perché non pagava l’affitto.

Buck annusa tutto il bendidio di questo mondo: sacchetti neri a terra con meravigliosi profumi di cibo, zampillanti fresche fontanelle, ma usando tutte le sue forze e astuzie, non riesce a togliersi la museruola, riesce solo a ferirsi dietro le orecchie con le proprie zampe.

Alla sera Buck barcolla lungo i marciapiedi.

Horacio chiama Concita.

Tante volte. Lei non risponde.

Horacio chiama le amiche di Concita, loro rispondono, male.

Concita richiama Horacio e accetta il suo invito a cena.

Horacio usa gli ultimi soldi per comprare un braccialetto d’oro. Indossa l’ultimo vestito buono, il cappotto, il Borsalino Black, aspetta Concita di fronte al ristorante, molte ore prima, al freddo, le mani in tasca a stringere il braccialetto, come un rosario.

Concita, appena seduta al tavolo, a bassa voce, lo insulta, minaccia di denunciarlo, per lei è solo un altro round dell’ultimo combattimento, nota che lui ha la camicia consumata, il vestito sgualcito, un aspetto orribile, in generale lo giudica ridicolo, lo deride, lo manda al diavolo, si alza dal tavolo ed esce dal ristorante. Lui rimane fino ad ubriacarsi, viene cacciato fuori.

Buck si ferma ad annusare l’umano che è sdraiato a terra, pensa che se un umano gli ha messo la museruola, un altro può toglierla, è l’ultima possibilità per lui.

Horacio si accorge del cane, ha un moto di tenerezza, lo accarezza tra le orecchie:

- “…ehi bello! Beato te…”

Buck è felice, scodinzola, forse questo tipo gli toglierà la gabbia dal muso, Horacio continua ad accarezzarlo, gli parla con voce triste, Buck sente che gli armeggia dietro il collo, con le zampe prova ad aiutarlo, ma la museruola è sempre lì.

Horacio racconta al cane della sua vita, di Concita, del braccialetto, anzi:

-“… il braccialetto lo regalo a te…”

agganciandolo come un collarino al cane. Buck strofina il muso, lui lo accarezza distratto, ripensa il suo vivere con Concita, il tango con lei, i litigi diventano cortine.

Buck si accuccia accanto a lui, pensa alla sua ciotola, ad una cuccia e qualche carezza.

Tutti e due hanno vissuto brutti momenti, hanno creduto in una speranza, l’ultima.

Nessuno dei due sente il freddo che li assidera.

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Primo buco nell’acqua. capitolo 4

chacarera_fotoCapitolo 4

Primavera del 1981, la festa del paese, era qualche giorno che soffiava lo ‘zonda’, il caldo fhoen andino, l’aria secca, le gole arse; in Plaza Pèron si beveva vini di Mendoza, si gustavano ‘empanadas’ e tra le bancarelle le senòrite ammiccavano aprendo e chiudendo con un gesto i ventagli colorati.

Quella sera la plaza era gremita per lo spettacolo di un certo Roberto Herrera, allora ballerino di folklore argentino, oggi famoso in tutto il mondo, la gente lo aspettava, ballando il tango sulla pista di legno preparata per l’occasione.

Al mio tavolo, accanto a me, sedeva Alvaro, amico già allora, di fronte avevo Pedro, compagno di conservatorio e negli altri posti a sedere persone che non conoscevo.

Mentre guardavo distrattamente verso la pista de baile, preparata in piazza per l’occasione, arrivò alle nostre spalle la madre di Alvaro, per salutarci: appoggiò le labbra sulla fronte del figlio per un bacio, io scostai la sedia per alzarmi, per lasciarle il mio posto e farla sedere, lei mi fermò con le due mani sulle mie spalle e mi invitò a rimanere seduto, dicendomi di essere attesa ad un altro tavolo; in quel momento, dalla parte opposta della tavolata, un tipo col viso arrossato dal vino, a voce alta, disse:

- non indovinerete mai chi ho visto stanotte, intorno alle tre, passare davanti alla mia panetteria!… –

seguì un silenzio interrogativo. Come invitato a proseguire il tipo continuò a raccontare, mimando col viso paffuto:

- …sto controllando il mio forno, quando, nel silenzio della notte, sento un camminare affrettato di tacchi femminili. Mi avvicino alla finestra e vedo passare, illuminata dal lampione, una figura con mantello e cappuccio sulla testa. Non avrei mai potuto sapere chi fosse, se non che, la donna si ferma nell’androne che si trova a fianco del mio negozio… -

l’uomo seduto accanto chiese:

- …dove abita il dottor Hernandez ? –

- …esatto, proprio lui. Sapete che in quell’androne c’è anche la porta del mio magazzino, naturalmente sono andato a sbirciare… -

- …ecco perché ti si brucia il pane, Garcìa!-

seguì una grassa risata del commensale al suo fianco, che accese l’ilarità della compagnia. Però Garcia era infervorato nel suo racconto:

- ehm…stavo dicendo… sto con l’occhio appoggiato al buco della serratura proprio mentre la senòra si scopre il capo…-

- …e chi era quella senòra?…-

sussurrò una signora curiosa.

Garcia aveva la platea dei pettegoli che pendeva dalle sue labbra:

- …non potevo crederci.. credetemi… non avrei voluto vedere… proprio lei… …si aggiusta i capelli con le mani e… ma non ci giurerei… sapete, c’era poca luce… ma si toglie anche il mantello… poi suona il campanello del dottore, lui apre subito, come se stesse aspettando, facendola entrare!… …era la Senòra Alvarez! –

La signora curiosa di prima ebbe un sussulto sulla sedia:

- …la moglie del Ministro Senòr Alvarez? Quello che ora è alla Casa Rosada? –

- …Si! Proprio lei! – confermò Garcia.

Poi successe un fatto inaspettato: la madre di Alvaro, ancora appoggiata alle mie spalle, incominciò a inveire contro Garcia;

- …brutto pettegolo! …ficcanaso! …maleducato! Proprio stamattina è mancata l’amata madre, già gravemente malata, della Senòra Alvarez. L’altra notte è sicuramente corsa a chiamare il dottore, che l’ha assistita con pietà, ora la sto aiutando nelle incombenze più tristi per la preparazione del funerale. Dovresti vergognarti, Garcìa! –

Qualcuno da fuori intervenne nella discussione, Garcia reagì a male parole contro la sua interlocutrice, ci fu qualche spintone, alla fine il facinoroso venne allontanato.

Questo successe a San Salvador de Jujuy, città dell’Argentina nord-occidentale, situata ai piedi delle Ande, la sera in cui decisi di andarmene. A San Salvador, quella sera, decisi di terminare la mia adolescenza per incominciare un’avventura, a Buenos Aires.

Però, in questo momento, mi torna in mente la sensazione di calma e tranquillità che provai quando la madre di Alvaro, alla fine del trambusto, mi accarezzò la testa, forse intuendo il mio turbamento, passandomi teneramente la mano fra i capelli, ora direi, come un’amante.

A San Salvador ho lasciato molto più, di quello che penso.

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Primo buco nell’acqua. capitolo 3

Capitolo 3

bandoneon

- mi chiamo Helmut. Suonavo il Bandoneon, tempo fa. Oggi sono venuto in Plaza Dorrego, alla Feria de S.Telmo per vendere le ultime cose che mi sono rimaste, dopo lo sfratto di ieri: un divano, un tavolo e sei sedie, un giradischi e qualche disco, due bandoneon: uno diatonico ed uno cromatico.” -

Tom, Michele, Gino ed io, lo ascoltiamo di fronte ad un bicchiere di vino rosso, al Bar ‘El Federale’.

Lo abbiamo incontrato all’angolo tra Defensa e Humberto Primo, seguendo una musica e vedendo un crocchio di persone intorno a due ballerini.

E’ stato Michele che ad un certo punto ha esclamato :

- se questo bandoneon non è Astor(¤)… chi è? -

Helmut, con una leggera enfasi nel tono di voce, gli conferma:

- … ero io… è una registrazione del 1978…

…da ragazzo divento un bandoneonista e partecipo alla registrazione di un album con grandi artisti che voi non conoscete, tra cui gli amici Pedro Aznar e Carlos Riganti.”-

dopo una lunga pausa, il tono ritorna dimesso come aveva iniziato:

- quei due ragazzi erano interessati a comprare le mie cose, forse dovevano sposarsi, ho detto loro che gli avrei regalato il giradischi, loro mi hanno chiesto:

- funziona?-

io dico:

- certo!-

- lo accendo e metto sul piatto un disco, il mio disco, loro si abbracciano e ballano. Appoggiato con i gomiti sul tavolo li guardo e ripenso a mia madre e mio padre, in cucina, mentre ballano la stessa canzone.

Mio padre insegnava musica, ho imparato a suonare prima ancora di parlare, mia madre suonava l’organo in chiesa e il pianoforte per la corale della parrocchia.

I due bandoneon sono un regalo dei miei genitori, sapete, sono due “Alfred Arnold”, come vedete hanno le placche in zinco e il mantice in perfette condizioni… -

accarezza le custodie al suo fianco e lentamente, abbassando il capo, prosegue a raccontare a voce bassa, guardandosi prima intorno:

- Una mattina arriva a casa nostra la polizia, portano via mia madre, mio padre e me.

In un furgone ci picchiano con i manganelli… -

ci guarda negli occhi, uno per uno:

- …mi sveglio legato a una sedia, mi fanno domande a cui non so rispondere e mi picchiano sulla testa.

I miei genitori non li ho più rivisti e vado con le loro foto in Plaza de Majo, insieme agli altri, non sento da un orecchio e con l’altro ci sento poco, per via delle botte -

Michele gli versa altro vino, le sue dita sul bicchiere sono lunghe e magre, sproporzionate, come se fossero radici che sulla tastiera abbiano cercato continuamente l’acqua, allungandosi.

si copre il viso con le mani:

- …non parlo con nessuno da molto tempo…-

Silenzio.

Io provo a chiedergli:

- Helmut, suoneresti con noi? -

Tom gli spiega, adagio:

- tutti gli strumenti sono elettrificati, entrano in un mixer poi in un amplificatore e posso mandarti in cuffia il livello sonoro e di frequenza che preferisci…-

Lui sembra riemergere da chissà dove, acconsente, ha un accenno di sorriso, sarà la prima e ultima volta che lo vedremo in qualche modo sorridere, poi ci sembra che voglia dire altre cose, ma non trova le parole, perché le parole per dirle, le sue cose, non ci sono.

Allora tace.

Le dirà, forte, con la sua musica.

(¤) n.d.A.: Piazzolla

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Primo buco nell’acqua. capitolo 2

quinteto piazzolla-manzi-tirao-piazzolla-kicho-agri-1970

quinteto piazzolla-manzi-tirao-piazzolla-kicho-agri-1970

Soltanto nel tardo pomeriggio decido di raccogliere le mie cose e riporle nella sacca.
Dalla camera in Avenida Corrientes che sto per lasciare, guardo
un’ultima volta oltre la finestra : sulla facciata di fronte vedo il
manifesto del neo Presidente Raúl Alfonsín  che mi sorride e ascolto i
rumori della strada, mi piacerebbe conservare un’immagine della veduta
di ogni finestra da cui ho guardato: la vista e l’udito sono i sensi
vettori dell’immaginazione.
Da qualche tempo suoniamo elettrico, troviamo locali frequentati da
giovani tanghèri che chiedono novità, i “quartetti” si formano e si
sciolgono in poco tempo, sono quasi “jam session”, tutti noi
ascoltiamo  jazz e vogliamo sfuggire alla rigidità dell’ortodossia
musicale.
La sera in sala ci sono musicisti “yankee”, arrivati a BAires grazie
alla neonata democrazia argentina, non ballano, bevono whisky e battono
il tempo con le mani, annuiscono con gli occhi chiusi e applaudono ad
ogni pezzo.
Uno di loro mi avvicina, al suo tavolo ordina cerveza (birra) per due,
mi  parla adagio in uno strano spagnolo, io capisco, gli rispondo in
pessimo inglese, ci capiamo.
Finiamo ubriachi a contare i quadri lungo Avenida Nove de Julio per ritrovare l’albergo.
Ci intendiamo meglio la sera successiva, lui con le bacchette in mano di fronte alla batteria:
- escucha esto, amigo! - , -  listen to this, friend! -
Lo ascolto, il primo impatto è energia, non impugna le bacchette nella
normale posizione a “V”, ma come se fossero un prolungamento del
braccio (tempo dopo mi disse “alla francese”), costruisce architetture
ritmiche imprevedibili,
poi si ferma, mi guarda e sussurrra:
- …tango ?.. -
e senza scosse trasmette alla grancassa un humus caldo, musicale, a
tratti malinconico, note lunghe “sustain” sul rullante a fusto lungo,
note dotate di vita propria. Sono seduto, mi alzo in piedi e lo
applaudo:
- sei un genio! -
Quella sera lo battezzo “Gino” per assonanza con genio, lui è felice,
ora è Gerry “Gino” Mulligan, impara il 2×4 in mezzora, verso mezzanotte
arrivano due suoi amici: Michele, italiano, suona il contrabbasso
(adoratore di Piazzola) e Tom, californiano, lo “scansionatore”: con un
“musical box” (chiamato anche “sintetizzatore”) genera suoni
campionati, non l’ho mai visto prima, ma solo ascoltato nei dischi.
Sono al settimo cielo, tra le lattine di birra componiamo di botto una ballata: “Alborada”, il mattino non la ricordiamo più.
Lo stesso giorno, di sera, ci presentiamo a suonare al “***”  al 367 di Florida.
Le tracce elettroniche, la sensuale ruvidità del contrabbassista e la
morbidezza della sezione ritmica sono al servizio delle mie corde di
nylon, cancello gli anni di conservatorio e uso scale “africane”,
giochiamo con le milonghe di Pugliese , D’Agostino, D’Arienzo e Canaro,
ci guadagniamo la paga e la serata successiva!
(continua)

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Primo buco nell’acqua. capitolo 1

Alvaro mi guarda storto.

Ci guardiamo l’un l’altro e ci chiediamo con lo sguardo:

- …e allora?-

Il batterista non tiene il tempo, o meglio, tiene un tempo “imbarazzante”. Noi lo seguiamo.

C’è una strana luna questa sera a Buenos Aires, i suoi raggi sono a picco sul Microcentro, ci sono finestre aperte, ci sono rumori e gente che parla a voce alta, una leggera brezza dal mare mi fa desiderare di essere a Puerto Madero.

Nella milonga “Neo Tango“, dalle parti di Riobamba, le signore abbandonano gli scialli sulle sedie, ballano e ridono, i caballeros ne approfittano, la sala de baile è satura, la batteria ripete il suo bum…bumbumbum…bum…

Alvaro, seduto, preso dal ritmo, doma il suo bandoneon-serpente, si aiuta alzando la gamba e battendo il tacco a terra, il violino si sposta di fronte a me e m’implora l’assolo, io smetto, le mie dita immobili, la mia chitarra tace, c’è solo il ritmo: batteria spazzolata, bandoneon, violino e la voce femminile che modula parole orfane della melodia, non esiste più Troilo, è il tango senza la sua storia, non è 2×4, non ci sono Ulisse e Itaca, c’è il viaggio.

I tanghèri si lasciano portare, noi improvvisiamo. Il batterista è di origine brasiliana e forse ci contamina di condoble, diffonde arie di mambo…

attacchiamo una “Malena” con le congas!

le mie dita salgono e scendono scale inaudite: flamenco? La cantante sul palco alza le mani e schiocca le dita, rovescia indietro la testa, batte i tacchi sul piso e guarda maliziosa verso il violino che la circonda di melodia cruda, in sala chi era seduto si alza e riempie la pista: è milonga anomala.

La serata finisce di fronte ad una bottiglia di rum:

-Alvaro, vecchio amico, cosa stiamo suonando?-

ma Alvaro è altrove con la testa, mi riempie il bicchiere, si appoggia pesante allo schienale della sedia e senza guardarmi dice :

- amo Rosita…-

mia moglie, penso a lei, al suo viso, al suo lavoro al negozio di fiori, alle mie notti a suonare,

- … lei non ti ama…-

ricordo che la radio stava trasmettendo la notizia dell’invasione delle Islas Malvinas e i taxi correvano per Avenida Justo, questo per dirmi che un mondo continuava a girare, mentre il mio era fermo.

Per molto tempo ho odiato Alvaro, poi ho capito che era meglio così e tempo dopo l’ho perdonato.

Da quella sera, per molte altre sere, ho dormito nella brezza, sulle panchine del parco di Puerto Madero.

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“sei tu?”

-“sei tu?”-

La vede da lontano.

Assomiglia tanto a lei.

Quanto tempo è passato?

Lui pensa di assomigliare molto al se stesso di allora, in questo momento della sua vita, e che forse sia una coincidenza aver rivisto lei proprio ora…

Non crede alle coincidenze.

Ma… è lei?

Dal vederla ballare, non ha dubbi…   vorrebbe avvicinarla.

Invece si allontana, lontano dalla musica, fuori, tra i taxi che arrivano e partono, la leggera pioggia, le mani in tasca, cerca di fermare il tempo.

Non ha fretta, se è lei, se la conosce, non se ne andrà dalla milonga tanto presto, le piaceva ballare…

A lui piacerebbe sentire la sua voce, la riconoscerebbe…

-“sei tu?-

Sarebbe semplice, ma difficile, come tante cose semplici sanno diventare.

Rientra in sala:

“…

tu canciòn tiene il frìo de l’ultimo encuentro,

tu canciòn se hace amarga el la sal del recuerdo.

…”

Allora lei lo guarda. Il movimento del tango la fa avvicinare a lui , fermo sul bordo della pista de baile…

-“sei tu?-

-“sono io.”-

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Deserto

A volte è come attraversare il deserto.

Non si torna dal deserto uguali a prima.

Perché ci si è perduti, poi ritrovati e nel mezzo un mare di sabbia, sole, arsura, solitudine.

Non importa la durata, il viaggio può durare pochi minuti, ma più è profondo più è vissuto.

Quando ritorniamo dal deserto la persona che ci ama non ci riconosce.

Le parole non hanno fermato le cose, le cose sono cambiate e le parole non dicono le cose come sono. Bisogna evitare le parole inutili.

Basterebbe andare subito al dunque.

Magari dire:

“ti amo”

oppure:

“non ho mai smesso di amarti”

senza giri di parole.

Ma l’altro non aiuta. È diffidente, sembra che certe parole, dette fuori da un ambiente di intimità, diventino sgradevoli, eccessive.

Poi, un attimo prima che tutto precipiti oltre il bordo, qualcuno ci batte una mano sulla spalla, si alza la musica e insieme ci si dice:

“chacarera!”.

Scoppia una risata e tutto torna come prima.

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Si

Lui è in leggero ritardo.

Si sente nervoso ed un velo di imbarazzo gli traspare nella voce:

“ho un tavolino prenotato…”.

Segue la cameriera attraverso la sala:

“…si potrebbe avere un mazzolino di fiori sul tavolo?”

La cameriera sorride, annuisce, e torna poco dopo con vasetto di colorati fiori di campo.

Lui è soddisfatto. Consulta il cellulare e lo tiene in vista.

Lei è in anticipo.

Si ferma in un bar. Perde tempo, sfoglia una rivista, approfitta di uno specchio per guardarsi con gli occhi di un uomo.

Si ferma infine di fronte all’ingresso del locale, quando decide che il ritardo è giusto, spinge la porta della milonga e viene accolta da un’invitante melodia di tango vals.

Pochi passi e da lontano i loro occhi si trovano: lui scrutava verso l’ingresso, lei lo cercava tra i tanti occhi che la stavano guardando.

Lui è vestito di un eleganza forzata in completo scuro, lei è a suo agio con un vestito chiaro, leggero che le scopre le gambe appena sopra il ginocchio. Tra loro poche parole, ma emozione enorme.

È subito tango.

Al bordo della pista de baile lui si avvicina a lei, lentamente, come al rallentatore, come in sogno, la stringe dapprima con timidezza, poi, vicinissimo, cerca le sue labbra, la trova, la bacia, come per carezzarle, come per non farle andare via.

E’ ancora tango?

La musica si, è 2×4, ma il loro è più un cullarsi “in calecita”, movimenti impercettibili delle spalle di lui, si trasformano in piccoli adorni di lei, il mondo intorno potrebbe ignorarli, ma non è così.

Questa sera musicalizza El Pablo, lui “sente” i suoi tangheri in sala, “vede” le zone fredde e calde della pista, capta l’atmosfera della serata, non gli sfugge quella coppia che trasuda passione nei suoi lentissimi passi, li asseconda con la sua musica.

Dopo il primo ballo, tipo “Milonga para Gavito”, la coppia lascia l’abrazo cerrado ed il loro tango diventa convulso, selvatico, disperato, esasperato, i “volei” le alzano il vestito, spesso il loro tango è intenzionale, preciso, molto cortado, si fissano negli occhi mentre nella camminata lui sembra volerla spingere verso un letto, per fare l’amore, lei fa opposizione ma invita.

Finisce la tanda, sono esausti, guardano il musicalizador che sorride verso di loro: che tanda!

Lui, in mezzo alla sala, approfitta della pausa, le prende le mani e le dice:

…mi vuoi sposare?”

Lei si prende tutto il tempo della cortina per rispondere:

Si”.

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Tempo infinito

Li ha separati un tempo infinito.

In questo tempo ha giocato la seduzione delle promesse future, delle allusioni, dell’attesa.

Il tempo infinito, dal loro incontro, è trascorso inutile nell’ assenza reciproca.

Ora il suo taxi corre lungo l’interminabile Avenida Corrientes ma è come se fosse lui stesso a correre: oltre ad un vuoto disperato sente una indicibile stanchezza.

Lei è la donna che ha sempre aspettato senza saperlo, che ha trovato senza cercarla e quando è arrivata, c’è sempre stata.

Gli sta accanto ed è il suo respiro, ed è impossibile smettere di respirare. Sul taxi cerca di distrarsi, non vuole che l’incontro con lei si carichi di attese ma lo immagina dolce e informale, non imbarazzo ma gioia, la gioia che è possibile con una donna come lei.

Riconosce l’Obelisco, scende dal taxi nel rumore, tra la folla e la sporcizia.

Si allontana dalla piazza e si avvicina alla milonga, il locale è ancora chiuso, c’è un’inserviente che spolvera i tavolini. Entra, lascia il frastuono esterno per una dolce milonga di sottofondo in una sala deserta, s’incanta in quell’atmosfera.

Dal centro della sala cerca lei con lo sguardo: non c’è.

Percorre lentamente il locale, deserto come può essere un qualunque luogo senza di lei, forse in questi momenti la odia, non è felice con lei ma non può esserlo senza di lei.

La rabbia è più forte dell’amore.

Si gira di scatto e lei è di fronte a lui. La guarda.

Scruta nei suoi occhi per cogliere ogni suo stato d’animo, ogni movimento delle sue ciglia.

Ad ogni suo respiro, innalza torri che poi cadono

ad ogni suo respiro.

Lei non dice una parola ma lascia parlare l’espressione del suo viso,

poi si volta e si allontana,

prima piano poi sempre più velocemente.

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