Qualcuno, camminando lungo il marciapiede all’alba, si accorge di lui e vede un uomo avvolto in un cappotto grigio, gettato a terra, sopra ad un cartone nell’androne di un negozio chiuso da anni, forse nota due vecchi mocassini, un improbabile pantalone gessato.
Molti altri come lui a Buenos Aires: uno ogni pochi passi, pochi ci fanno caso.
Ma lui Horacio e lei Concita, dopo tanti anni insieme, tango e vita, all’inizio bene poi sempre peggio, finalmente avevano avuto il coraggio di lasciarsi.
Lui era stato felice della decisione, aveva affittato un piccolo appartamento, gli amici lo avevano aiutato ad arredarlo, così felice da sentirsi in colpa:
“…magari le manco!” pensava.
Acquistò un telefono:
“…se lei mi volesse chiamare… “.
Il cane Buck è un piccolo meticcio, vive in una fredda cuccia su di un angusto balcone di un monolocale, non deve abbaiare, mangia quando la sua anziana padrona si ricorda e due volte al giorno è libero qualche minuto nel giardinetto di sotto.
Una mattina, dopo una bella abbaiata dal terrazzino, viene picchiato. Il cucciolo reagisce e morde la mano della padrona che lo sta picchiando, poco dopo gli viene indossata una museruola.
La mattina stessa, durante la passeggiata nel giardinetto, Buck scappa: infila il cancelletto aperto, corre a perdifiato rasente i muri, attraversa larghe strade, grandissimi prati dagli alberi enormi, poi, esausto, affamato e assetato, con la museruola che non gli lascia aprire la bocca, si perde.
Horacio, dopo il telefono, aveva acquistato una segreteria telefonica, era sicuro che lei avrebbe chiamato, poi pensò che lei non sarebbe stata a suo agio di fronte ad un nastro, pensò che sarebbe stato meglio se le avesse risposto lui stesso, piantonò il telefono, giorno e notte, perse così il lavoro, gli amici, infine la casa, perché non pagava l’affitto.
Buck annusa tutto il bendidio di questo mondo: sacchetti neri a terra con meravigliosi profumi di cibo, zampillanti fresche fontanelle, ma usando tutte le sue forze e astuzie, non riesce a togliersi la museruola, riesce solo a ferirsi dietro le orecchie con le proprie zampe.
Alla sera Buck barcolla lungo i marciapiedi.
Horacio chiama Concita.
Tante volte. Lei non risponde.
Horacio chiama le amiche di Concita, loro rispondono, male.
Concita richiama Horacio e accetta il suo invito a cena.
Horacio usa gli ultimi soldi per comprare un braccialetto d’oro. Indossa l’ultimo vestito buono, il cappotto, il Borsalino Black, aspetta Concita di fronte al ristorante, molte ore prima, al freddo, le mani in tasca a stringere il braccialetto, come un rosario.
Concita, appena seduta al tavolo, a bassa voce, lo insulta, minaccia di denunciarlo, per lei è solo un altro round dell’ultimo combattimento, nota che lui ha la camicia consumata, il vestito sgualcito, un aspetto orribile, in generale lo giudica ridicolo, lo deride, lo manda al diavolo, si alza dal tavolo ed esce dal ristorante. Lui rimane fino ad ubriacarsi, viene cacciato fuori.
Buck si ferma ad annusare l’umano che è sdraiato a terra, pensa che se un umano gli ha messo la museruola, un altro può toglierla, è l’ultima possibilità per lui.
Horacio si accorge del cane, ha un moto di tenerezza, lo accarezza tra le orecchie:
- “…ehi bello! Beato te…”
Buck è felice, scodinzola, forse questo tipo gli toglierà la gabbia dal muso, Horacio continua ad accarezzarlo, gli parla con voce triste, Buck sente che gli armeggia dietro il collo, con le zampe prova ad aiutarlo, ma la museruola è sempre lì.
Horacio racconta al cane della sua vita, di Concita, del braccialetto, anzi:
-“… il braccialetto lo regalo a te…”
agganciandolo come un collarino al cane. Buck strofina il muso, lui lo accarezza distratto, ripensa il suo vivere con Concita, il tango con lei, i litigi diventano cortine.
Buck si accuccia accanto a lui, pensa alla sua ciotola, ad una cuccia e qualche carezza.
Tutti e due hanno vissuto brutti momenti, hanno creduto in una speranza, l’ultima.
Nessuno dei due sente il freddo che li assidera.








